Vita

Dopo due anni d'insegnamento, lasciò il seminario e, spinto dai suoi forti interessi per la letteratura e il giornalismo, e dalla sua viva sensibilità civile e patriottica, riprese e intensificò i contatti con Domenico Mauro e con il gruppo dei giovani liberali cosentini, che si riunivano intorno a lui, mettendo la sua cultura e il suo intelletto al servizio dell'ideale.

In quegli anni di lotte, animò, con la sua eloquenza infuocata e trascinatrice, il Circolo Democratico di Acri, schierandosi apertamente a fianco di quanti operavano per l'unificazione nazionale e in difesa delle classi emarginate e dei Comuni, contro gli usurpatori delle terre demaniali. Nella reazione seguita ai falliti moti del 1844 e del 1848, un ben individuato gruppo di grossi agrari di Acri e del suo circondario, per liberarsi di questo scomodo prete, che osava metterne in discussione la leadership, la ricchezza e il possesso della terra, armò contro di lui una banda di killer che, la sera del 25 settembre 1848, lo 

...Vincenzo Padula nacque ad Acri (CS) il 25 marzo 1819 da Carlo Maria, medico, e da Mariangela Caterino. A dieci anni entrò nel seminario di Bisignano, dal quale passò, poi, in quello maggiore di S. Marco Argentano, dove il 10 giugno 1843 fu ordinato sacerdote. Dopo due anni d'insegnamento, lasciò il seminario e, spinto dai suoi forti interessi per la letteratura e il giornalismo, e dalla sua viva sensibilità civile e patriottica, riprese e intensificò i contatti con Domenico Mauro e con il gruppo dei giovani liberali cosentini, che si riunivano intorno a lui, mettendo la sua cultura e il suo intelletto al servizio dell'ideale. 

In quegli anni di lotte, animò, con la sua eloquenza infuocata e trascinatrice, il Circolo Democratico di Acri, schierandosi apertamente a fianco di quanti operavano per l'unificazione nazionale e in difesa delle classi emarginate e dei Comuni, contro gli usurpatori delle terre demaniali. Nella reazione seguita ai falliti moti del 1844 e del 1848, un ben individuato gruppo di grossi agrari di Acri e del suo circondario, per liberarsi di questo scomodo prete, che osava metterne in discussione la leadership, la ricchezza e il possesso della terra, armò contro di lui una banda di killer che, la sera del 25 settembre 1848, lo assalì all'uscita dalla chiesa di S. Domenico, dove predicava la novena del Rosario. Nel tafferuglio, che ne seguì, rimase ucciso Giacomo, il più giovane dei fratelli, che era accorso in suo aiuto. Da quel momento, e fino al 1860, don Vincenzo, ricercato dalla polizia, costretto a spostarsi in continuazione da un luogo all'altro, impedito nell'insegnamento pubblico e privato, sottoposto a processi politici e, più volte, inquisito, incarcerato e inviato a domicilio coatto, fu costretto a una vita di stenti e di privazioni, che ne condizionò pesantemente l'attività letteraria iniziata, sotto i migliori e più promettenti auspici, negli anni della prima giovinezza.

Solo dopo la spedizione dei Mille e l'unificazione d'Italia, il Padula, che all'acutezza e alla versatilità dell'ingegno univa una vasta e solida cultura, potè finalmente dedicarsi all'insegnamento, e fu docente di letteratura italiana nei licei di Cosenza e di Napoli e, per due anni, nell'Università di Parma. Le sue prime opere furono due novelle romantiche in ottave, a tema calabrese: Il monastero di Sambucina (1842) e Valentino (1845) che, pur non immuni da mende e squilibri, presentano grandiosità d'immagini, freschezza di fantasia, splendore di forma e un'eccezionale capacità di ritrarre lo spettacolo della natura e di rappresentare l'uomo nella natura e di fronte alla morte.

Agli anni della giovinezza risalgono pure Sigismina, un'altra novella romantica calabrese, in venti canti, di cui ci rimangono, purtroppo, scarsi frammenti, e L'Orco, una leggenda popolare polimetrica, in dodici canti che è, forse, la sua opera maggiore. Del 1850 è l'Antonello capobrigante calabrese, un dramma in prosa in cinque atti, a tematica brigantesca, ma con forti implicanze sociali e politiche. Nel 1864, a Cosenza, fondò Il Bruzio, un bisettimanale politico-letterario, sul quale studiò, con acutezza d'ingegno, in una serie d'articoli, che il Croce giudicò "stupendi di pensiero e di forma", i problemi del sottosviluppo e dell'arretratezza culturale delle regioni meridionali, individuandone le motivazioni sociali nel feudo e nel latifondo ancora persistenti, nel comportamento antisociale della borghesia agraria e nelle miserrime condizioni di vita delle classi emarginate.

Delle opere del Padula "erudito" meritano di essere ricordate la traduzione polimetrica dell'Apocalisse di san Giovanni apostolo (1854/1861), recensita positivamente dal Carducci e ammirata dal Croce; l'Elogio dell'abate Antonio Genovesi (1867); Pauca quae in Sexto Aurelio Propertio Vincentius Padula ab Acrio animadvertebat (1871); Quomodo litterarum latinarum sint studia instituenda Vincentius Padula ab Acrio disserebat (1871); la Protogea ossia l'Europa preistorica (1871). Le ultime opere pubblicate, in vita, dal Padula furono le Poesie varie, le Prose Giornalistiche e il primo volume de Il Bruzio, edite tutte nel 1878. Nell'ultimo decennio della sua vita don Vincenzo, deluso e ammalato, lasciò Napoli e si rifugiò nel suo paese natio, dove, consumato dalla spinite, si spense in solitudine l'8 gennaio 1893.